Wednesday, January 16, 2008

Homo ridens


Il lavoro di Pieter Hugo contiene tutti gli elementi che di solito mi infastidiscono di quel genere fotografico che in tre parole si riassume in fotografia, Africa e disperazione. Le sue immagini sono sempre molto dure: la serie di facce gonfie dei cadaveri di persone morte di AIDS o quella degli albini africani, o le ossa delle vittime del genocidio in Rwanda. Dopo aver visto questi lavori hai sempre la sensazione che l'unica cosa che ti resta è il segno dello schiaffo che t'hanno dato, ma nessun'altra informazione. A questo punto torna in mente Ando Gilardi quando dice: "Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del "diritto all'informazione" e se informazione non resta, allora resta solo un'altra considerazione di Gilardi: "Come giudicheremmo un pittore con pennelli, tavolozza e cavalletto che per fare un bel quadro sta davanti alla gabbia del condannato all'ergastolo, all'impiccato che dondola, alla puttana che trema di freddo, ad un corpo lacerato che affiora dalle rovine? Perché presumi che la borsa di accessori, la macchina appesa al collo e un flash sparato in faccia possano giustificarti?..."
Ma allora perchè parlarne. Sta uscendo il libro che raccoglie il suo lavoro The Hyena & Other Men, dove ritrae una specie di gruppo di saltimbanchi dall'aria tosta che vanno in giro per i villaggi nigeriani con il loro seguito di iene, scimmie e serpenti a fare spettacoli di strada e a vendere medicine d'erbe. Sono ritratti a figura intera, con la stessa composizione che ritorna e con dei colori smorti. Per quanto ripetitivo, il lavoro contiene proprio quella scintilla che manca nelle altre serie di Hugo: l'aura della presenza, l'orgoglio di vivere delle proprie forze, lo sguardo che non riesci a capire e a contenere, il potere di questi uomini di non farsi imprigionare dalle immagini che li ritraggono.
E quindi, una cosa importante sicuramente questo libro l'ha fatta: mostrare immagini di uomini che sono più forti dei loro ritratti.

The work of Pieter Hugo has all the elements that usually bothers me of that photographic genre that can be summed up in photography, Africa and desperation. His images always hit really hard: the series of swollen faces of people killed by HIV, the African albinos, or the bones of the victims of the genocide in Rwanda. After seeing this kind of work you always have the feeling that the only thing that’s left is the mark of the slap on your face, and nothing more. Gilardi’s words then come to mind, when he wrote: “The worst infamous acts in photography are committed in the name of the right to information”, and if no information comes after, then what’s left is maybe one more thought by Gilardi: “How would we consider a painter with brushes, easel and palette who, to make a great painting, would stand in front of the cell of a man sentenced to jail for life, or in front of a dangling hanged man, or a whore trembling with cold, a torn body rising from the ruins? Why do you presume your bag full of accessories, the camera around your neck and a flash on a face would justify you?” (Our translation)
Then why talk about it. Hugo’s book collecting his work
The Hyena and other men has just come out, in which he portrays a group of tough-looking tumblers wandering around Nigerian villages with hyenas, monkeys and snakes, performing on streets and selling herbal drugs. Pictures are full-figure portraits, all framed in the same way and pale colored. Although repetitive, the work has the true element missing in his other series: the aura of a human presence, the pride of their own strength, their glance you cannot fully understand or contain, the power these men have of not being imprisoned in images.
In conclusion, this book surely achieved one important thing: to show images of people who are stronger than the photographic portraits of them.

2 comments:

Anonymous said...

Questo post contiene tutti gli elementi che di solito mi infastidiscono di quel genere di commento che si riassume in una parola, chiacchere. Troppo facile citare uno come Gilardi in questi casi.. le peggiori infamie fotografiche sono.. e quelle della parola quali sono? Delle considerazioni di questo genere andrebbero meglio articolate..
si attende.

hippolyte said...

Alle infamie della parola sicuramente non c'è fine, ma ci sentiamo sicuri di non essere finiti in quel territorio. Per quanto riguarda le nostre 'chiacchiere', intanto ringraziamo 'anonimo' per averci parafrasati, poi rispondiamo semplicemente dicendo che la migliore articolazione di ciò che diciamo è una delle ragioni del nostro blog, quindi resta con noi!
Certo rimane anche a noi la voglia di sapere di più sulle ragioni del tuo risentimento...