Thursday, September 2, 2010

NATURAE

One of the exhibitions of the upcoming SI FEST is the group show NATURAE, a selection of images by 8 photographers curated by Steve Bisson, editor of Urbanautica, online magazine and "research platform centered on photography and the human landscape".
Eight different attempts of exploring the contemporary lansdcape, eight different ways to interrogate the human condition of our present time through the shape of the space around us.


Steve wrote a text for Hippolyte Bayard to illustrate the project, scroll down for the English version at the end of the Italian text.

Una delle mostre del SI FEST che apre la settimana prossima è la mostra NATURAE, una selezione di otto fotografi curata da Steve Bisson, autore di Urbanautica, magazine on line e "piattaforma di ricerca attorno alla fotografia e al paesaggio umano".
Otto diversi tentativi di esplorare il paesaggio contemporaneo, otto modi diversi di interrogare la condizione umana del nostro tempo attraverso le forme dello spazio attorno a noi.

Di seguito trovate il testo scritto da Steve a Hippolyte Bayard per illustrare il progetto.

NATURAE, curated by Steve Bisson
Savignano SI FEST, September 10 - October 3, 2010

LAMeC, Vicenza, October 30 - November 28, 2010

Fondazione Benetton, Treviso, December 4 2010 - January 9, 2011


© Aleix Plademunt

IL PASSATO PROSSIMO DELLA NATURA
Steve Bisson

Caro Fabio,

avendo già scritto molte cose su Naturae, quando mi hai chiesto di mettere giù un testo che evidenziasse nella sostanza le motivazioni alla base della mostra ho avuto il timore di non trovare le parole o di ripeterne alcune. In fondo Naturae, e più in generale la ricerca che porto avanti sotto il nome di Urbanautica, nasce da un desiderio che mi piace pensare comune a molti: occuparsi di ciò che ci sta attorno e di farlo con capacità critica. È da questa attenzione alla natura “pubblica” o sociale dei territori che muove il mio interesse per la fotografia contemporanea.

Non considero la fotografia in sé, né le influenze di un tal fotografo famoso, o dell’uso che uno fa di un certo tipo di macchina, voglio capire più che altro cosa spinge a fotografare la realtà ovvero la storia in un certo modo. Le cause, i dettagli, gli intrecci, le comunità che si mascherano dietro un paesaggio umano. Più di tutto le intuizioni.

Recentemente un fotografo mi ha chiesto, a ragione, cosa vale la pena fotografare. Gli ho detto che probabilmente stava postulando una sorta di archeologia della fotografia in cui la selezione dei “reperti” sarà fondamentale per motivare la scelta di qualche politico. In realtà esistono infinite risposte. La fotografia è passato necessariamente ma può essere futuro? Credo di sì, la fotografia può mostrarci delle anticipazioni possibili, specie quando è sintesi. Un tema ripreso anche dal Festival di Savignano e centrale nella mostra in oggetto.

Naturae nasce dall’osservazione di ciò che accade nella rete, in quell’oceano virtuale di immagini che ci riempe gli occhi a volte accecandoci. Sono consapevole che questo desiderio smisurato quanto incondizionato di rappresentare la realtà nasconda dei bisogni silenziosi ma robusti. Su questi occorre concentrarsi per non subire le trasformazioni e per mettere a fuoco la loro complessità.

La modernità ha portato al limite la condizione di disaddattamento della nostra specie. La riconciliazione con la natura, con le nostre origini è fondamentale per ritrovare una conferma della nostra esistenza. Che natura vogliamo salvare la nostra o quella delle foreste? Questa è la sfida del millennio. Il paesaggio non è che lo sfondo in cui si consuma questa bagarre globale. Abbiamo cercato delle testimonianze e alla fine ne è uscita una selezione. La mostra non ha un percorso, ma costituisce un insieme a geometria variabile che può adattarsi a differenti spazi.

L’obiettivo iniziale era di farne un episodio quanto più itinerante. Un dibattito in movimento che potesse propagarsi come in una rete. Ci siamo poi confrontati con alcuni studiosi e professionisti dell’abitare e della pianificazione per avere un parere sul percorso. Ne sono nate delle interviste che alla fine abbiamo deciso di condividere con il pubblico raccogliendole nel catalogo. Sono delle letture preziose e disincantate che ci hanno assicurato della bontà del tema e ci hanno messo in guardia sulle possibili insidie del progetto. Sono consapevole che la fotografia è un modo per educare lo sguardo e che se adeguatamente supportata dalla parola possa rendere un servizio migliore.

Questo è un merito riconosciuto ad Urbanautica e quindi insistiamo in questa direzione.

© Karin Borghouts

NATURE'S PRESENT PERFECT
Steve Bisson

Dear Fabio,

having already written a lot about Naturae, when you asked me to put down a text to illustrate the reasons underlying the exhibition I was afraid I couldn’t find the words, or worse I would have just repeated some. Basically Naturae, and extensively the research conducted under the name of Urbanautica, stems from a desire that I like to think as shared by many: a concern for what is around us, and the will to do so with critical awareness. It is from this attention to the "public" or social nature of territories that my interest in contemporary photography moves.

I do not consider a photograph in itself, nor the influence of that particular famous photographer, or how a certain kind of camera is utilised, more than anything else I want to understand what drives someone to photograph reality, and hence history, in a certain way. The causes, the details, the plots, the communities that are disguised behind a human landscape. Most of all the insights revealed by it.

Recently a photographer asked me, quite rightly, what is worth photographing. I told him that probably he was postulating some kind of archaeology of photography in which the selection of the "findings" would have been essential to motivate the choices of some politicians. In reality there are countless answers. Photography necessarily belongs to the past, but may it also represent the future? I think so, photography can show us possible anticipations, particularly when it presents itself as a synthesis. A theme which is also explored by the Festival of Savignano, and central in our exhibition.

Naturae comes from the observation of what happens around the internet, in that virtual ocean of images that fills our eyes and sometimes blinds us. I understand that this huge and unconditioned desire to represent reality conceals quiet and yet strong needs. And exactly on these needs we should concentrate to avoid suffering from all the ongoing transformations and in order to be able to focus on their complexity.

Modernity has brought the dis-adaptation of our species to its very limit. The reconciliation with nature and with our roots is essential to find a confirmation of our own existence. Which nature do we want to save: our own, or that of the forests? This is the challenge of this millennium. The landscape is the background where this global bagarre is consumed. We have looked for testimonies and then ultimately we came out with a selection. The exhibition has no path, but encompasses a variable geometry that can be adapted to different spaces.

The initial goal was to make it as one episode, as itinerant as possible. A moving debate that might spread as a network. We then confronted ourselves with some scholars and practitioners of dwelling and planning to have an opinion on the course we took. Some interviews came out and at the end we decided to collect them in the catalogue of the exhibition. Valuable and disenchanted readings that have assured us of the goodness of the issue and have warned us about the possible traps hidden inside the project. I know that photography is a way to educate the eye and that when properly supported by words it can deliver a better service.

This is a merit that has been acknowledged to Urbanautica, and thus let us continue in this direction.

© Alejandro Cartagena

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Institutional secrets

View from the Window at Le Gras, 1826

"Sometimes there’s a picture to be made. But more often I spend hours just looking, trying to obtain position. I use a very inconvenient camera, and that helps meet the pace of the place(s). The shadow cast by the clarity of these pictures is clouded by a million reluctant conditions". (via Mossless)

I felt instant love for Adam Schreiber's photographs, his catalogue of hidden objects which feels to me like the funny version of Taryn Simon's An America Index of the Hidden and Unfamiliar.
Among the many gems I would pick the View from the Window at Le Gras by Nicéphore Niépce (aka the so-called "first photograph ever"), shown as some alien mistery object locked inside an Area 51.

Whitehouse Switchboard

Mi sono subito innamorato delle fotografie di Adam Schreiber, il suo catalogo di reperti segreti che sembra la versione ironica di An American Index of the Hidden and Unfamiliar di Taryn Simon.
Tra le varie perle io scelgo la Vista dalla finestra a Le Gras di Nicéphore Niépce (alias la cosiddetta "prima fotografia della storia") in versione Area 51: tripli vetri, muri corazzati, un segreto da sicurezza nazionale.

Presidential Gift, 1969

All images © Adam Schreiber

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Wednesday, September 1, 2010

I Hope We Go Together


Back to some familiar storytelling now, with Carrie Elizabeth Thompson and her series I Hope We Go Together, a melancholic work about the daily life of her grandparents in a small town in Pennsylvania.

Found via fellow Minnesota artist Alec Soth (btw, are you all familiar with his tiny and shiny book publishing business Little Brown Mushroom and the attached blog? I bet you all are).


Torniamo su narrazioni familiari, con Carrie Elizabeth Thompson e il suo lavoro I Hope We Go Together, il malinconico racconto della vita quotidiana dei suoi nonni in una cittadina della Pennsylvania.

Trovato attraverso un altro artista del Minnesota, Alec Soth (a proposito, avete saputo tutti della sua piccola casa editrice Little Brown Mushroom e del blog che l'accompagna? Scommetto di si).


All images taken from I Hope We Go Together © Carrie Elizabeth Thompson

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Ravens, hunters & stuffed animals

It's like a jungle sometimes, it makes me wonder, 2009

Since I've just mentioned the plethora of examples of photographic creativity showcased by the activities and publications of Dutch group Fw:, I cannot avoid mentioning Jaap Scheeren's art, a roller coaster of inventions where the real common ground seems to be forcing the viewer to lose direction and enter a world where what looks familiar always hides a stranger's face.

When it comes to photography it is often easy to fall in the dilemma between taking and making images, and which really prevails on the other in the end: Schereen's work is the real antidote to the question, everything is in the photographer's mind and it is brought to light to be shared with us.

Hyeres, 2007

Visto che ho appena menzionato l'ampio catalogo di creatività fotografica proposto dalle attività delgruppo olandese Fw:, non posso non citare il lavoro di Jaap Scheeren, un ottovolante di invenzioni dove l'elemento comune reale sembra essere il costringere chi guarda a perdere l'orientamento, per entrare in un mondo dove anche quello che appare più familiare nasconde un volto sconosciuto.

In fotografia si finisce spesso a discutere della differenza tra il prendere e il fare delle immagini e su cosa prevalga tra i due ogni volta: le immagini di Scheeren sono come l'antidoto al dilemma, tutto semplicemente nasce nella mente del fotografo per essere poi portato alla luce e messo di fronte a noi.

3 Roses, 9 Ravens, 12 Months, 2008

All images © Jaap Scheeren

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Tuesday, August 31, 2010

A Dutch touch

Ex Territory

What I like about the work of Mieke Woestenburg is that it doesn't present itself as an accessible and immediately satisfying display of beauty, the images are more like riddles to solve, pieces to compose together, pages taken from some kind of studies. Slowly our eyes start to see new things, new stories, new possibilities.
Simplicity is not necessarily something self-evident, or immediate, simplicity can also be the gift we find inside an image only after we've given it enough time to disclose.

I discovered Woestenburg's photography while I was flipping through the pages of some issues of Fw: Magazine, one of the several publishing/curatorial/photographic/graphic design adventures of the Dutch creative photo-oriented platform Fw:.

Raw Material

Quello che mi piace del lavoro di Mieke Woestenburg è il fatto che non si presenta come un esempio di bellezza immediatamente accessibile, le immagini sembrano più enigmi da risolvere, piccoli pezzi da unire insieme, pagine prese da qualche remoto studio di cui non conosciamo l'oggetto. Poi lentamente cominciamo a vedere nuove cose, nuove storie, altre possibilità.
La semplicità non è per forza qualcosa di evidente o immediato, la semplicità può essere un dono che troviamo solo dopo aver dedicato abbastanza tempo ad attendere che ci si riveli.

Ho scoperto Woestenburg sfogliando alcuni numeri di Fw: Magazine, uno dei tanti progetti editoriali/curatoriali/fotografici della piattaforma olandese Fw:.

Ex Territory

All images © Mieke Woestenburg

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Thursday, August 26, 2010

SI Fest 2010

Roger Ballen, Boarding House

The 19th edition of the Savignano Immagini Festival will take place on September 10-12 in Savignano sul Rubicone, Italy. Roger Ballen's Boarding House, We English by Simon Roberts, a new chapter in the Global Photography group show are among the many exhibitions of the festival. Lectures, conferences, slideshows, portfolio reviews and much more will happen during the three days.

Daniele Federico, aka Becoming a Photo Editor, kindly handed me an interview he made with Massimo Sordi and Stefania Rössl, members of the festival's organising committee and curators of some of the most relevant exhibitions of this year's edition, which I present here with much pleasure (Italian only).

La 19esima edizione del Savignano Immagini Festival si svolgerà dal 10 al 12 settembre a Savignano sul Rubicone. Boarding House di Roger Ballen, We English di Simon Roberts, un nuovo capitolo della collettiva Global Photography sono tra le mostre presentate quest'anno. Incontri, conferenze, proiezioni e letture portfolio sono previsti lungo i tre giorni del festival.

Daniele Federico, alias Becoming a Photo Editor, mi ha fatto gentile dono dell'intervista che ha realizzato pochi giorni fa con Massimo Sordi e Stefania Rössl, membri del comitato organizzativo del SI Fest e curatori delle principali mostre di quest’anno.

Buona lettura.

Simon Roberts, We English

- Com’è nato il tema di quest’anno e che significato assume in questa edizione?

- Stefania Rössl: negli ultimi 3 anni il tema era stato quello dell’identità e della percezione, ovvero un focus rivolto al soggetto, ma anche rispetto all’ambiente che lo circonda. Partendo da questo assunto lanciato dall’ex direttore, Laura Serani, abbiamo pensato a una declinazione che continuasse quel percorso, ma allargandolo. Abbiamo intitolato inizialmente “Abitare il mondo”, che poi è diventato Abitare mondi per estendere la presenza di identità plurali che tipicamente ci contraddistinguono in quest’epoca. “Abitare mondi” riesce così a ospitare tutta una serie di mostre a partire dal tema del proprio corpo. Ad esempio Silvia Camporesi è una fotografa che esprime una sorta d’identità mutevole nel corso delle sue differenti rappresentazioni; poi c’è un autore come Italo Zannier che affronta una riflessione sulla identità italiana; ma anche le mostre principali tra quella di Roger Ballen che in Boarding House mescola la propria visione del corpo attraverso degli spazi che riflettono se stesso e la sua identità e contemporaneamente apre a delle riflessioni molto più profonde. Successivamente avremo Simon Roberts che in We English identifica il modo di vivere contemporaneo nei temi dello spazio libero nel tempo presente.

- Massimo Sordi: c’è poi il progetto che è giunto alla sua seconda edizione, Global Photography. Riguarda la fotografia giovane ed emergente, portando degli autori molto conosciuti nell’ambiente estero, ma poco in Italia. A volte sono autori giovanissimi e caratterizzati da un’alta qualità espressiva. Abbiamo deciso di fare questa mostra che in seguito andrà a Roma e poi in Russia, con un catalogo dedicato.
C’è una grossa volontà, da parte mia e di Stefania, di dedicare il progetto alla fotografia giovane. E siamo molto curiosi di scoprire che risposta ci sarà. Abbiamo selezionato centinaia e centinaia di fotografi da noi personalmente contattati, in base alla qualità e alla pertinenza dei lavori presentati. Il sottotitolo di Global Photography è True stories, ovvero storie vere. E io aggiungo un punto interrogativo in riferimento all’ambiguità e alla supposta veridicità propria del linguaggio fotografico.

- Per molti un festival ha anche il compito di avvicinare le persone che non appartengono a quel determinato mondo, in questo caso la fotografia. Secondo voi che ruolo ha un festival quando propone autori non immediatamente comprensibili o fruibili al pubblico di tipo generalista?

- Stefania Rössl: Savignano Immagini è nato come evento dedicato alla lettura dei lavori fotografici. Inizialmente si chiamava “Portfolio in Piazza”. Già c’era l’idea di avvicinare i fotoamatori e i giovani di fotografia agli esperti del settore e di seguire le persone che volevano avvicinarsi. Noi collaboriamo con il SI Fest da cinque anni e forse abbiamo preso quella che è poi diventata la sua naturale evoluzione avvenuta attraverso Mario Cresci e Denis Curti, che sono stati i direttori precedenti a Laura Serani. Noi abbiamo ragionato proprio su questo, per cercare di far evolvere questa tradizione di “Portfolio in Piazza” e quindi d’incontro con i professionisti. Come un festival può lasciare un’eco profonda nel pubblico vasto? In questo senso un’iniziativa come “Global Photography” riprende l’eredità di “Portfolio in Piazza” per estenderle anche all’estero. Prima dell’anno scorso i giovani fotografi già affermati all’estero non conoscevano il SI Fest, cosa che sta accadendo ora grazie a un passaparola attivata dal Global Photography dell’anno scorso.
Per me un festival deve prima di tutto porre degli interrogativi sulla fotografia contemporanea: ci sono diversi livelli di lettura delle immagini fotografiche e da una parte è interessante spiegare e raccontare la fotografia, dall’altra è interessante che ognuno di noi, rispetto alla propria storia e conoscenza, si faccia un’opinione personale. L’idea è di contaminare anche con video e di sovrapporre altri linguaggi distinti.

- Massimo Sordi: il ragionamento si collega al lavoro di Roger Ballen. Proprio la sua è una fotografia che esce dalla fotografia, ricca di contaminazioni provenienti da altri mondi. Guardando le sue immagini si può pensare all’arte a 360 gradi eppure restano delle fotografie. C’è da dire che l’apertura del festival a mondi ‘altri’ è avvenuta soprattutto con la direzione di Laura Serani, in qualche modo è diventato un festival d’élite. Nel senso che le scelte di quest’anno sono molto precise e spesso includono autori non conosciuti in Italia dove la cultura legata alla fotografia è piuttosto critica: l’anno scorso abbiamo fatto un paio di conferenze con ospiti italiani e internazionali in cui si concludeva che in Italia tutta la cultura è messa male e non viene assolutamente supportata. Anche se c’è da dire che con l’avvento delle piattaforme di comunicazione digitale, come i blog, si nota già un cambiamento. Sono curioso quest’anno di vedere che risposta avremo dal pubblico più giovane.

Mark Steinmetz, South

- Quest’anno non c’è il direttore artistico e quindi una figura di riferimento. Per voi questo fatto ha rappresentato una mancanza o una possibilità?

- Massimo Sordi: penso che come per tutte le cose, nelle democrazie questo doppio aspetto c’è sempre. Non è stato facile mettere d’accordo le diverse proposte di quest’anno. Principalmente siamo stati io e Stefania a portare avanti il corpus degli autori in mostra. La nostra idea iniziale era comunque di avere un comitato forte, ma sempre affidando la regia a una figura esterna che cambi di volta in volta. Per Arles succede così. L’anno scorso Nan Goldin guidava molte scelte delle scelte e c’è stata un’ottima qualità. Di volta in volta affidarsi a uno sguardo esterno propositivo può rappresentare un arricchimento.

- Stefania Rössl: è vero, il modello di Arles è molto buono. Ogni anno vengono chiamati dei commissari e per ciascuno si riesce a individuare il tipo di taglio dato alle mostre. Quest’anno non c’è stato il tempo di avviare una simile macchina senza rischiare di fare errori concettuali, magari l’anno prossimo. A noi interessa un confronto e non il direttore in sé. E poi per noi è importante rivolgerci a un piccolo centro come Savignano che comunque ha acquisito una tradizione e un valore importanti.

Andrew Phelps, The Edge of the Spiral

- Parlatemi del progetto Sin_tesis.

- Stefania Rössl: Il progetto nasce da una convenzione tra “Istituzione Cultura Savignano” e la facoltà di Architettura di Cesena e in particolare il dipartimento di Architettura e Pianificazione Territoriale di Bologna, l’università a cui apparteniamo. Qualche anno fa Stefano Bellavista, ex assessore alla cultura ci aveva chiamato per ragionare su come la fotografia potesse aiutare la lettura del territorio di Savignano e cinque anni fa abbiamo elaborato Parco del Rubicone. Ipotesi di paesaggio per capire come la fotografia se diventa documentazione possa aiutare i tecnici dell’ufficio di Piano, che al tempo lavoravano a una riqualificazione del parco e del fiume Rubicone. Dopo 3 anni in cui abbiamo visto lavorare fotografi, studenti e critici, siamo passati a sin_tesis. L’insieme territoriale d’imprese e di industrie che vivono in questi territori. Alla fine di questi 4 anni cercheremo, appunto, di sintetizzare questo lungo lavoro pluriennale. Quest’anno l’ultima campagna fotografica è stata seguita da Andrew Phelps, fotografo di origine americana che ora vive in Austria e che ha seguito il workshop di giugno. In questa edizione vedremo il prodotto della campagna sin_tesis lab 02. Marco Zanta, specializzato nei paesaggi industriali, è stato il primo fotografo ad avviare il progetto sin_tesis. Poi c’è stata la campagna senza Workshop di Martin Parr che si è occupato più delle industrie di moda e calzaturiere. Abbiamo già previsto una campagna a settembre per Mark Steinmetz.
Organizziamo due o tre campagne fotografiche all’anno, una delle quali comprende anche un workshop. L’idea è indagare l’industria e come cambia il paesaggio e quindi il sociale.

- Fin’ora cosa ti ha sorpreso di più del progetto sin_tesis?

- Massimo Sordi: Già l’anno scorso il workshop, pubblicizzato in campo internazionale, ha portato degli autori che seppure giovani sono molto, molto bravi. Ed è il caso della mostra che vedremo in questa edizione. Non dimentichiamo che rispetto ai molti autori affermati, ma che negli anni continuano a ripetere gli stessi concetti, la fotografia che portiamo a Savignano propone fotografi che si mettono spesso in discussione e che sperimentano nuovi linguaggi. L’esperienza ci ha poi portato ad altre situazioni: quest’anno organizziamo una conferenza sulle campagne fotografiche rivolte al territorio. “Intersezione di paesaggi contemporanei”. Parleremo anche di un particolare blog che si occupa di fotografia di paesaggio, siamo molto ricettivi verso quello che troviamo sui media digitali.

- Stefania Rössl: è anche un modo per restituire a Savignano quello che Savignano produce nel momento in cui ospita un festival di fotografia come il SI Fest. È importante anche sensibilizzare i fotografi a indagare gli elementi importanti che sono ogni giorno sotto in nostri occhi, per capire l’evoluzione della nostra vita.

Joakim Eskildsen, The Roma Journeys

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Wednesday, August 25, 2010

Old lands

Debby Huysmans is among the several photographers who chose to explore the scattered geography of remote areas of the collapsed Soviet Union, places where the weight of the past often still informs life more than the present time can.
She devoted many photographic series to the subject, and the different bodies of work paint a history that is at the same time that of those regions and of her own photography changing through the stories she wants to tell.


Debby Huysmans fa parte della schiera di fotografi che hanno scelto di esplorare la geografia dispersa di aree remote dell'ex Unione Sovietica, luoghi dove il peso del passato ancora determina le esistenze delle persone più di ogni altra cosa.
Diversi sono i lavori fotografici che Huysmans ha dedicato a questo tema, e le varie serie compongono una storia che è al tempo stesso quella dei luoghi attraversati ma anche del suo stesso fotografare, che cambia lungo le storie che vuole raccontare.


All images taken from SIBIR, 2009 © Debby Huysmans

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Tuesday, August 24, 2010

Spoken word

The Italian baritone Giuseppe De Luca, New York circa 1920s, 5x7 glass negative, Bain News Service.

A few months ago photographers Enrico Bossan and Marco Pavan launched a new online project, e-photoreview, a "community and blog for upcoming talents in the field of photography and multimedia all around the world".

The website already showcases several video-interviews with photographers and this week it feautures an interview I made with Alessandro Imbriaco (Italian only this time, sorry), which is my first collaboration with them and will be followed by more in the future.

Stay tuned for weekly updates on their website, the interview archive is growing bigger and bigger.

Da qualche mese i fotografi Enrico Bossan e Marco Pavan hanno lanciato un nuovo progetto on-line, e-photoreview, "una community e un blog per talenti emergenti da tutto il mondo nel campo della fotografia e nel multimediale".

Il sito già offre diverse video-interviste con fotografi, e questa settimana viene presentata un'intervista che ho realizzato con Alessandro Imbriaco, la mia prima collaborazione con il sito, che sarà seguita da conversazioni con altri autori nei prossimi mesi.

Gli aggiornamenti su e-photoreview sono settimanali o anche più frequenti, con un archivio già nutrito da poter esplorare.

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Monday, August 23, 2010

Vernacular

Presqu'Ile

The inhabited space seems to be the core of Alex Crétey-Systermans's work, with unexpected beautiful portraiture to fill the gaps between one man-altered landscape and the other, and close-ups of objects and other amenities to complete the trio of ingredients we got so used to describe as 'documentary photography' these days.
But has it always been like that or is it something that belongs to our present time? And, most of all, will it become something else someday?

(found via arts and design blog there was rain)

Familiar

Il paesaggio abitato sembra essere il fulcro del lavoro di Alex Crétey-Systermans, con affascinanti ritratti a far da contrappunto tra un luogo e l'altro e dettagli di oggetti e altre amenità a completare la triade che siamo ormai abituati a descrivere come 'fotografia documentaria'.
Ma è sempre stato così oppure si tratta di qualcosa che appartiene al nostro tempo? E soprattutto, si trasformerà in qualcos'altro un giorno?

(trovato sul blog di arte e design there was rain)

Slowdown

All images © Alex Crétey-Systermans

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Friday, August 20, 2010

Unseen

Michelle Kloehn is a tintype and ambrotype artist, old photographic techniques that she uses to create elusive visions suspended between abstraction and the images of the photograms, with faint traces of familiar objects appearing here and there.
Often alternative techniques today are used to show familiar things through the magical looking glass of their old scratched surfaces, varnish of a distant time that does not really belong to the images. Her plates simply collect unrecognizable fragments of places and moments we cannot remember, neither past nor future.

(found via Heidi Romano's Tales of Light)


Michelle Kloehn è un'artista che utilizza la ferrotipia e l'ambrotipia, antiche tecniche fotografiche con cui crea delle visioni sfuggenti, in bilico tra l'astrazione e il ricordo delle forme create con i fotogrammi (quelli che comunemente vengono chiamati rayogrammi), con deboli tracce di oggetti familiari disseminate tra le immagini.
Spesso le cosiddette tecniche alternative vengono utilizzate in fotografia per mostrarci ciò che conosciamo attraverso il filtro magico di superfici graffiate, piene di sapienti imperfezioni, nobile vernice di un'antichità che non appartiene realmente alle immagini: qui al contrario raccolgono frammenti irriconoscibili, luoghi e momenti che non possiamo ricordare, tempo che non fa distinzione tra passato e futuro.

(via Tales of Light di Heidi Romano)


All images taken from Perimeter, 2009 © Michelle Kloehn

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