Tuesday, January 27, 2009

Digital justice

Isabelle Hayeur, Torrent, 2003

Dionisio Gonzàlez, Nova Acqua Gasosa II, 2008

Il dibattito 'digitale vs analogico' si riduce spesso a una semplice questione di qualità e di gusto dell'immagine, oppure altre volte approda facilmente a temi squisitamente metalinguistici sulla natura reale delle immagini. Personalmente mi interessa molto di più ragionare su quello che può cambiare rispetto a ciò che si può mostrare e rappresentare: conosciamo tutti le scene digitalmente ricostruite di Andreas Gursky, fatte di assemblaggi di diverse fotografie oppure di scene in cui alcuni elementi sono stati cancellati per ottenere una determinata immagine. Per quanto questo possa sembrare ovvio, penso che la vera questione del digitale e dell'analogico stia nell'andare a indagare che tipo di strumento il primo possa essere rispetto ad un possibile ampliamento della nostra capacità di visione: che cosa il digitale può portare non solo sulla superficie dell'immagine, ma anche (e soprattutto) al di sotto di questa, 'dentro' le fotografie.
D'altronde sappiamo bene che i migliori effetti speciali sono quelli che sembrano veri (e cioè 'realistici'), quindi credo sia piuttosto semplice e immediato applicare la stessa cosa alla fotografia.
Due esempi di espansione delle possibilità della visione umana ottenuta attraverso il digitale, entrambi con l'obiettivo di stimolare una riflessione sugli spazi contemporanei:

- Le favelas immaginarie di Dionisio Gonzàlez (anche qui), che fondono le baracche di San Paolo e Rio de Janeiro con elementi di architettura contemporanea, immaginando un'impossibile riqualificazione utopica di quei luoghi.

- Le vedute sovrumane di paesaggi e architetture realizzate da Isabelle Hayeur, dove vengono indagate le forme di mutazione del territorio e del paesaggio urbano, declinate nelle varie forme di conflitto e contrapposizione che ne derivano, tra città e natura, crescita economica e disagio sociale, vecchia e nuova architettura urbana.

Continua...

Isabelle Hayeur, Dunes, 2003

The 'digital vs analog' debate is often either reduced to mere quality issues like resolution or visual flavour or it can easily lead to metalinguistic concerns about the true nature of images. I am much more interested in what changes in terms of what you can actually show or represent: we all know Andreas Gursky's views of digitally constructed scenes made by assembling different photographs, or the images where he erases elements of the original scene in order to show what he's really interested in.
As obvious as it may sound, I think this is the main point of the digital/analog issue: what kind of tool digital is in terms of creating new visions, what digital can achieve not just on the surface of images, but 'inside' them.
And by the way, we all know that the best special effects are those who look real (which means 'realistic'), so I guess it would be pretty straightforward to apply the same rule to photography.

Two examples of works aimed at broadening (literally) our vision of things, both with the goal of promoting some critical thoughts about contemporary human spaces:

- The imaginary favelas by Dionisio Gonzàlez (also here), che fondono le baracche di San Paolo e Rio de Janeiro con elementi di architettura contemporanea, immaginando un'impossibile riqualificazione utopica di quei luoghi.

- Isabelle Hayeur's superhuman visions of natural lanscape and architecture, where the issues at stake are the mutations of the different human spaces, seen through the several forms of conflict underlying these mutations: conflict between natural and urban landscape, economic growth and social disease, old and new urban architecture.

To be continued...


Dionisio Gonzàlez, Nova Heliopolis II, 2008

1 comment:

GB said...

Bellissima segnalazione, grazie. Attendo il seguito adesso, e adesso vado a cercare in internet altre informazioni su questi artisti (in particolare di Gonzàles).

Cordiali saluti
Giovanni B.